
La Terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n.26368, ha confermato la multa di 5mila euro inflitta dal Tribunale di Mondovì (Cuneo) a un uomo che deteneva i suoi tre cani legati con una catena troppo corta e in condizioni di grave disagio.
Secondo i giudici, nonostante l’uomo avesse cercato di difendersi sostenendo di aver lasciato i cani in quello stato perché impossibilitato fisicamente ad occuparsene, non c’era necessità di tenerli alla catena e questo comportamento aveva dimostrato quanto il proprietario avesse “incrudelito, senza ragione, sugli animali”.
“Si tratta di una sentenza decisamente importante che riconosce come la detenzione di cani a catena rappresenti una sofferenza per gli animali, anche in situazioni straordinarie come quella riferita dall’uomo – commenta Ilaria Innocenti, responsabile LAV Settore Cani e Gatti – Ci auguriamo che questa pronuncia sia d’impulso per vietare l’uso della catena in generale”.
L’uso della catena, infatti, rappresenta un forte stress per l’animale, cui viene impedito i muoversi liberamente e di manifestare il suo comportamento specie-specifico, privandolo anche della possibilità di interagire correttamente con l’ambiente che lo circonda.
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La LAV boccia senza appello l’”opera” che espone 2.000 piccioni imbalsamati, distribuiti ovunque all’interno del padiglione centrale del Palazzo delle Esposizioni di Venezia in occasione dell’edizione 2011 della Biennale.
L’ufficio legale della LAV ha inviato una richiesta al Direttore Generale della Biennale per sapere da dove provengano i piccioni e come siano stati uccisi.
“Ci auguriamo di ottenere una risposta che possa fugare ogni dubbio sulla regolarità dell’esposizione – commenta Massimo Vitturi, responsabile Caccia e Fauna selvatica della LAV – se i colombi fossero stati uccisi appositamente per essere esposti, infatti, si configurerebbe il reato che punisce l’uccisione senza necessità degli animali, previsto dall’art. 544 bis del Codice penale”.
La LAV ritiene tale “opera” un atto profondamente diseducativo, che induce il pubblico a ritenere accettabili comportamenti irrispettosi della vita degli animali e del loro benessere, e chiede sia chiarito espressamente che quegli animali non sono stati uccisi per essere esposti, onde evitare pericolose emulazioni da parte di altri esponenti del mondo dell’arte.
“In tutto il mondo Venezia è associata alla fotografia di piazza San Marco popolata di colombi che svolazzano tra decine di turisti – prosegue Vitturi – E’ un paradosso che la stessa città che ha fatto dei piccioni il suo simbolo iconografico, ospiti una mostra che riduce gli stessi animali al rango di un oggetto da esposizione, il tutto associato al rischio che siano state violate le norme che tutelano la vita degli animali”.
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La LAV ha messo in salvo dall’incubo della sperimentazione una famiglia di scimmie Callithrix jacchus, meglio note come scimmie uistitì, sottraendole alla soppressione e assicurando loro una nuova vita, nell’ambito del progetto per il recupero di animali “da laboratorio”.
Le quattro piccole scimmie, la madre Estella, il padre Josè, e i due figli Consuelo ed Esteban, sono state trasportate poche settimane fa nella loro nuova casa: il Giardino Faunistico dell’Abatino, centro di recupero di animali in difficoltà, in provincia di Rieti. Qui sono giunte chiuse in una scatola, catalogate come “merce deperibile”: il loro arrivo è stato ripreso in un filmato della LAV che mostra le piccole uistitì ora bene ambientate nella nuova sistemazione.
Scosse dalla loro dolorosa esperienza, dal lungo viaggio, terrorizzate al momento dell’arrivo, Estella, José, Consuelo ed Esteban, conducono finalmente un’esistenza serena.
Originarie delle foreste tropicali del Brasile, queste scimmie sono fra le specie di primati più utilizzate nei laboratori di sperimentazione perché di piccole dimensioni e molto prolifiche anche in cattività. Non possono essere reimmesse in natura perché non potrebbero sopravvivere, ma godono di buona salute e si sono adattate velocemente alla nuova vita.
Tutti possono contribuire al recupero di questi animali scegliendo la loro adozione a distanza , garantendo a questo piccolo nucleo familiare le cure necessarie per un’esistenza serena e dignitosa. Sostenere questo progetto permetterà alla LAV di salvare altri animali dai laboratori.
Nel Centro Abatino che ospita Estella, José e i loro figli, sono presenti numerosi altri animali scampati ai laboratori, per lo più altre scimmie che ancora oggi riportano il segno tangibile del loro triste passato: il numero con cui erano catalogate per le sperimentazioni tatuato sul petto. Il Centro Abatino si prende cura di loro giorno dopo giorno, nel rispetto di tutte le loro esigenze e garantendo un futuro anche a questi esseri viventi altrimenti condannati a morte certa.
In Italia sono quasi 900mila gli animali che ogni anno vengono usati per la ricerca. Sono sottoposti a dolori inqualificabili, alla fine delle procedure devono essere soppressi e solo meno dello 0,1% riesce a essere recuperato. I dati più aggiornati sono agghiaccianti: in tutta Europa sono 12 milioni gli animali che soffrono e muoiono per fini “scientifici”, e si assiste ad un aumento significativo proprio dell’uso dei primati.
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La tessera sanitaria per gli animali da compagnia, in Italia, è una realtà. L’ha realizzata AmicoPets, progetto al quale l’Enpa ha concesso il proprio patrocinio. Si tratta di una tessera individuale che raccoglie la storia clinica dell’animale ed è aggiornabile e modificabile dal veterinario. Oltre ad essere uno strumento di identificazione del cane o del gatto, la tessera consente di archiviare su un server remoto la cartella clinica: la documentazione relativa alla salute dell’animale, quindi, è sempre disponibile per il veterinario e soprattutto è utilizzabile per affrontare una eventuale situazione di emergenza.
C’è un portale (www.amicopets.it) dal quale oltre ad avere ogni informazione sull’iniziativa, è possibile effettuare ogni operazione di archiviazione e di aggiornamento della cartella clinica veterinaria. Il portale ha inoltre un link, ?Accesso di pronto soccorso?, grazie al quale in caso di emergenza ogni veterinario può consultare la documentazione sanitaria dell’animale inserendo semplicemente il codice della tessera AmicoPets oppure il codice del microchip o il codice del tatuaggio.
Inoltre, aderendo al progetto, ogni detentore di animale riceverà una medaglietta e avrà a disposizione un call center utile per ritrovare il cane o il gatto in caso di smarrimento.
L’iniziativa è della omonima società che ha sede in provincia di Milano e già si fregia della collaborazione e del patrocinio del Ministero della Salute, dell’Anmvi, della Fnovi e del Comune di Milano. Ora anche del patrocinio della Protezione Animali.
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La LAV lancia il concorso “Una mascotte per tutti gli animali”, con il quale gli amici a quattro-zampe potrebbero diventare testimonial della campagna del 5×1000 della LAV. Basta creare una cartolina con la loro foto e farla votare ai propri contatti. Fino al 13 giugno, la preferita della settimana diventerà l’immagine ufficiale della LAV su Facebook!
Tutte le informazioni per partecipare al concorso sono disponibili sul nuovo minisito dedicato www.5xmille.lav.it, dove è possibile anche ottenere notizie sulla destinazione del contributo.
Salvare gli animali semplicemente con una firma, infatti, è davvero un obiettivo realizzabile, senza spendere un euro: basta destinare il 5×1000 alla LAV (codice fiscale: 80426840585), dal 1977 impegnata a contrastare ogni forma di maltrattamento o di abuso sugli animali e per l’affermazione dei loro diritti.
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Dal polpo trasformista al pesce foglia. Vivono sott’acqua alcuni dei più grandi maestri del mimetismo in natura. E le forze armate Usa cercano di copiarli. Attenzione alcuni sono difficili da individuare anche nelle foto
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Una Pasqua alternativa, leggera e stuzzicante al tempo stesso. Una festa allegra e consapevole, per la quale nessuno è stato eliminato con brutalità – solo per questa ricorrenza ogni anno si macellano più di 700.000 agnelli e capretti, in Italia. Una celebrazione della vita che lo sia davvero, non un festeggiamento ipocrita sulla pelle di animali fatti nascere – come accade quotidianamente e non solo a Pasqua – allo scopo di mangiarli.
Le ricette del nostro Cambiamenu sono facili da realizzare e di sicuro successo. Provare per credere. Zucchine e carote a crudo, in sottilissimi veli, accolgono il commensale con delicatezza. Ma lasciano il posto ad un solido primo della tradizione mediterranea: spaghetti alla chitarra ai pomodorini secchi. Poi un fagottino di carasau ripieno di spinaci e carciofi. E il tofu con patate, semplice e strepitosamente appetitoso. A conclusione un classico crumble di mele, sempre buono, con quell’aria british.
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Dopo lo tsunami, quello vero, un altro cataclisma si sta abbattendo sulla salute e sull’economia del Giappone e del resto del mondo: si tratta dell’allarme per i cibi potenzialmente contaminati dalle radiazioni del disastro di Fukushima. Se fortunatamente infatti non sono moltissime le derrate alimentari provenienti dal Sol Levante, alla cui popolazione va tutta la nostra solidarietà per questa tragedia, è bene specificare quali sono i rischi, cosa e come finisce sulle nostre tavole e come scegliere gli acquisti in modo consapevole.
La Commissione Europea già a partire dal 15 marzo ha raccomandato di effettuare tutti gli accertamenti necessari ad individuare il livello di radioattività dei prodotti per l’uomo e per gli animali provenienti dal Giappone. L’Organizzazione mondiale della sanità infatti ha definito “grave” la contaminazione radioattiva di cibo nel Paese colpito dal sisma. In un’intervista telefonica il portavoce regionale dell’Oms Peter Cordingley ha spiegato che la situazione è “molto più seria di quanto tutti avevano pensato in un primo momento”. Nelle prossime settimane la nube e le particelle potrebbero ricadere a terra, compromettendo la salubrità di molti prodotti.
Quali prodotti importiamo dal Giappone?
In Italia il Ministero della Salute ha assunto misure restrittive per tutti i prodotti ittici pescati dopo l’11 marzo (fra cui crostacei congelati, preparati, farine e caviale) ma anche per una lista non lunga, ma consistente, di vegetali: salsa di soia, thè verde, e alghe, benché si ritenga che molti dei vegetali che arriveranno a stretto giro in Italia siano stati prodotti e conservati molto prima della sciagura nucleare.
Fra gli alimenti a rischio, secondo quanto riportato dai media, figurano anche il sesamo, il topinambur e il thé nero. Se alcuni di questi alimenti fanno parte della spesa quotidiana dei vegetariani italiani ed europei, in realtà i rischi riguardano anche il pesce e i ‘prodotti’ ittici. Più che mai in una tale circostanza, è indispensabile una visione oggettiva e davvero lungimirante, perché anche per l’ecosistema marino e di terra, per gli animali purtroppo allevati, o per quelli cosiddetti ‘da compagnia’, oltre che per la popolazione locale, può trattarsi di una vera e propria catastrofe.
I rischi e la tempistica del pericolo radioattivo non sono purtroppo né pochi né a breve termine: Tullia Gallina Toschi, ricercatrice presso il Dipartimento di scienze degli alimenti dell’Università di Bologna, rispondendo ad alcuni organi di informazione, ha ribadito che “le conseguenze dell’inquinamento da radionuclidi nella catena alimentare sono ancora poco prevedibili e dipendono dalla portata dell’evento e da moltissime variabili meteorologiche, chimico fisiche e geologiche. Ci sono conseguenze immediate e possibilità di elevato inquinamento di cibi freschi (latte, pesce e carne) e conseguenze a lungo termine. I grandi rischi per noi non sono nell’immediato, non sono nelle salse di soia che avremo sugli scaffali la prossima settimana, ma piuttosto nelle carni, nei pesci, nei funghi, nelle alghe e nei latticini che potrebbero arrivare da zone inquinate da radionuclidi nei prossimi 50 anni”.
In particolare il cesio 137 prodotto nelle reazioni di fissione nucleare, che tende ad accumularsi nei muscoli degli animali e nelle foglie dei vegetali, ha tempi di dimezzamento della radioattività maggiori di trent’anni e rappresenta quindi un grave problema a lungo termine.
La Coldiretti ha invece rassicurato i consumatori italiani per quel che concerne latte e spinaci: sebbene infatti tassi anomali di radioattività dovuti alla presenza di iodio 131 e di cesio 137 siano stati rilevati in questi alimenti, la loro importazione in Italia è pressoché “pari allo zero”.
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