È una storia veramente antica quella del rapporto affettivo che lega il cane al suo padrone e, per converso, il padrone al suo cane. Antica e immutabile nella sua essenza, a far capo da coloro che per primi strinsero un rapporto affettivo con un animale capace di sentimenti, come appunto può essere un cane. E penso ai nostri antenati del paleolitico che per primi scoprirono quel vincolo fatto d’affettività che li legava, contraccambiati, ai primi giovani lupi da essi addomesticati. Ed essenziale è percepire che niente avrebbe funzionato, nel processo d’addomesticamento, se tra quelle persone umane e quelle altre non umane (nel caso canine) non fosse scattato un qualcosa di simile all’amore. Né caccia, né pastorizia, né guardia. Niente insomma: nessun mestiere. Perché il cane il suo lavoro lo fa solo perché ama il suo padrone. Il suo è un rapporto fatto così e non può essere diversamente, e di ciò tanto hanno scritto letterati, storici, psicologi, naturalistici.

Se il rapporto tra cane e padrone è ancora quello, immutabile, di quando si instaurò la prima alleanza, il significato e soprattutto il valore di quello strano sentimento d’amore che lega un umano e un non umano è molto cambiato nel tempo. La legge, per esempio, solo recentemente ha iniziato a codificare al fine di riconoscere e garantire questa forma d’amore.

Ed ecco allora il lato nuovo, a suo modo rivoluzionario, di prendere cognizione, al fine di tutelarlo, di questo forte rapporto affettivo. La storia, in breve, è questa: una signora con gravi patologie viene ricoverata in una clinica e chiede di poter incontrare ogni tanto il suo cane. Secondo il regolamento, però, il cane non può entrare nella clinica e così la richiesta finisce sul tavolo del giudice tutelare di Varese, Giuseppe Buffone. La sentenza, di pochi giorni fa, è assai articolata, e in essa si sancisce che il «sentimento per gli animali costituisce un valore e un interesse a copertura costituzionale…».

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January 27, 2012 at 8:37 am by admin
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