
Balene in vendita per la loro salvaguardia: è la proposta di tre ricercatori, che su Nature lanciano l’idea di un «mercato delle balene» che assegni un prezzo ad ognuno di questi cetacei. Le quote per le balene potrebbero essere vendute o acquistate e di conseguenza il numero di balene cacciate dipenderebbe da chi possiederà le quote, in una strategia giudicata più efficace rispetto agli attuali bandi. Nonostante il divieto di caccia alle balene, il numero di cetacei uccisi è più che raddoppiato dai primi anni ’90, scrivono Christopher Costello, Steven Gaines dell’università della California a Santa Barbara e di Leah Gerber e dell’università dell’Arizona a Tempe. Finora, i gruppi pro-caccia e anti-caccia alle balene non sono riusciti a raggiungere un accordo che soddisfi entrambe le parti.
COMPROMESSO IMPOSSIBILE – Nel 2010 le nazioni che si oppongono alla caccia alle balene avevano proposto una posizione di compromesso che avrebbe stabilito quote per la caccia alle balene, riducendo il totale delle balene catturate. Ma, dopo molte dispute l’accordo è saltato. Una soluzione, secondo i ricercatori, potrebbe essere creare un mercato delle balene dove le quote possano essere comprate e vendute e dove il numero di balene cacciate dipenderà da chi possiederà le quote. Tale mercato, sottolineano i tre ricercatori, ha le potenzialità di soddisfare meglio entrambe le parti, e contemporaneamente migliorare la conservazione delle balene.
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Per le persone rappresentano un’occasione di festa, ma per gli animali i “botti” di Capodanno costituiscono soltanto una pesante fonte di stress e un serio fattore di rischio. «Gli animali domestici e selvatici – spiega l’Enpa – hanno sensi molto più sviluppati dei nostri, l’udito in particolare. Inoltre, possedendo codici linguistici e comportamentali diversi da quelli dell’uomo: per loro il fragore dell’esplosione costituisce un inequivocabile segnale d’allarme che innesca reazioni incontrollate di panico, e non come per noi il presunto segno di un momento di festa.»
E le conseguenza dei botti talvolta sono tragiche. Terrorizzati, gli uccelli fuggono all’impazzata dai loro nidi volando spesso alla cieca; molti di loro perdono la vita urtando contro un muro o un traliccio dell’alta tensione. Problemi anche per gli animali da reddito: sono stati segnalati numerosi casi di bovini “in attesa” che hanno abortito per la paura. Ma la notte di Capodanno tra i “sorvegliati speciali” ci sono anche cani e gatti.
«Ogni anno nella notte di San Silvestro scompaiono centinaia di cani e gatti di proprietà – prosegue l’Enpa -. Molti di loro spariscono nel nulla perché perdono la vita sotto una macchina o non riescono a più ritrovare la strada di casa. I più “fortunati”, invece, vengono portati in canile senza avere il microchip o la medaglietta di riconoscimento, e in questi casi risalire al proprietario può essere molto difficile.» Come ridurre al minimo il rischio? La soluzione più efficace secondo sarebbe quella di vietare “l’uso dei botti”; una strada, questa, che alcune amministrazioni comunali hanno già iniziato a prendere in considerazione.
Si tratta però di casi isolati e di esperienze che, purtroppo, non sono ancora molto diffuse. Per i proprietari di animali diventa allora essenziale riuscire a gestire eventuali situazioni problematiche che si potrebbero presentare a Capodanno. Ecco alcuni suggerimenti della Protezione Animali
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Un pet sotto l’albero? Se a Natale impazza la voglia di regalare un cucciolo, prima di cedere all’impulso è bene ponderare la scelta. Già, perché «quando si prende un animale – ricorda Cristina Avanzo, vicequestore aggiunto del Corpo Forestale dello Stato, responsabile del Nirda (Nucleo investigativo reati in danno agli animali) – è per la vita». Questione di consapevolezza, ma non solo: l’acquisto responsabile è anche un freno al traffico illecito e ai maltrattamenti.
La regola, per evitare truffe e non essere implicati in scambi poco trasparenti, è quella di verificare sempre la riconoscibilità del venditore: «No agli acquisti online da persone estranee – raccomanda la Avanzo – delle quali si conosce solo il numero di telefono. E guai agli scambi in autostrada, senza poter risalire all’allevamento e ai genitori dell’animale».
E’ indispensabile, inoltre, richiedere subito la documentazione sanitaria che certifichi la corretta profilassi. Le cautele, però, non sono mai troppe: «Consiglio di tenere il cucciolo sotto controllo nei primi dieci giorni – suggerisce la responsabile del Nirda – e, se dovesse manifestare sintomi di malessere, di consultare il veterinario di fiducia. Spesso, gli esemplari di provenienza illegale sono imbottiti di antibiotici, ma non curati in modo adeguato».
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Lynn Jones è una signora disoccupata di 56 anni che vive nei dintorni di Reno, in Nevada. Ce ne sono molte come lei negli Stati Uniti. Ma il suo caso è differente. Perché se Mrs. Jones oggi è a casa senza impiego la colpa non è della recessione, bensì della rigidità dei suoi (ex) superiori dell’area di carico dell’aeroporto di Reno-Tahoe, che l’hanno licenziata per la compassione mostrata nei confronti di un cane. Il suo torto? Essersi opposta all’imbarco di un animale che mostrava evidenti segni di malattia: muso emaciato, corpo ricoperto di piaghe, segni di evidente denutrizione. «Era così magro che mi ha fatto piangere – ha raccontato la donna all’Associated Press -. Se lo avessimo imbarcato quel cane sarebbe sicuramente morto».
LO SCONTRO CON IL CAPO – La donna aveva fatto presente la situazione al suo caporeparto, spiegandogli esattamente quello che aveva visto e a quali rischi sarebbe andato incontro il povero quattrozampe. Abituata da sempre a vivere con gli animali – nella sua casa di Lockwood ospita tre cani, tre gatti e un uccello tutti salvati da canili e rifugi e in passato è stata proprietaria di un negozio per la tollettatura dei «pet» – la signora Jones non ha voluto cedere all’ordine perentorio del suo superiore di lasciar correre e di procedere comunque, perché sull’ordine di servizio c’era scritto che quell’animale dovesse essere caricato e quello andava fatto senza troppo discutere. Ma lei ha scelto di non demordere. «Il supervisore non ha neppure dato un’occhiata dentro al trasportino per vedere con i suoi occhi quanto male stesse quel cane» racconta ora, a un mese dall’episodio. «Ero isterica, ho iniziato a piangere e ad urlare perché l’aereo era in procinto di partire e temevo che la gabbia potesse essere caricata». Il trambusto della discussione ha però indotto altri addetti aeroportuali ad allertare l’agenzia per il benessere degli animali, che è subito intervenuta prendendosi temporaneamente in carico il cane.
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Mare, montagna, campagna. Chi va in vacanza con il proprio cane (e sempre più numerosi sono coloro che lo fanno) deve avere ben chiara la destinazione dove recarsi con l’amico a quattro zampe. Felice di fare tutto ciò che fa il padrone, senza tener conto dei rischi per la salute. Non li conosce, così come spesso non ne è al corrente il padrone. Preoccupazioni eccessive? Può darsi. Eppure pochi sanno che un cane al mare rischia le scottature come gli umani e che ha bisogno di specifiche creme protettive. Come pure può risentire di lunghe passeggiate in montagna se non è allenato. Dei viaggi in macchina durante gli assolati e tormentati esodi per le vacanze forse si sa già di più, ma dei colpi di caldo sulla spiaggia ben pochi ne tengono conto.
ATTENTI AL «PASSAPORTO» – Angelo Troi, segretario nazionale del sindacato dei veterinari libero-professionisti (Sivelp), svela al Corriere alcuni dei rischi «impensabili». Da cui trarre un manuale sul come affrontare le vacanze con l’amico a quattro zampe. Prima di tutto: durante i trasferimenti in auto come comportarsi? «Soste frequenti, acqua a disposizione e cibi leggeri sono norme di buon senso per il viaggio. Sono in commercio degli spray a base di sostanze odorose (ferormoni) che tranquillizzano l’animale, per farlo sentire a proprio agio». Il Sivelp ha anche predisposto un memorandum sul proprio sito. Dai documenti da portare in viaggio, alle regole da rispettare (in particolare i divieti). La prima cosa da fare quando si parte con i propri animali è di verificare di averli iscritti all’anagrafe e di avere, quindi, con sé il libretto sanitario al fine di agevolarne la cura in ogni parte del Paese. «Mai dimenticare il passaporto, soprattutto se si va all’estero», dice Troi. Il passaporto? Ma come anche i cani lo devono avere? «Certo. Si tratta di un libretto di colore blu rilasciato dalle Asl sul quale il veterinario di fiducia certifica: vaccini, trattamenti antiparassitari e il buono stato di salute». Nel caso specifico dell’anti-rabbica, per i soli spostamenti all’interno del territorio nazionale, il passaporto può essere sostituito da un certificato di vaccinazione (modello 12) da esibire in caso di eventuali controlli.
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Un colloquio singolare e di notevole importanza, quello avvenuto presso il carcere di Montorio (Verona), dove due detenuti hanno ottenuto la possibilità di incontrare i propri cani.
La distanza obbligata dalla detenzione, che rappresentava motivo di sofferenza tanto per i due detenuti che per i due animali, si è accorciata, così Shony e Briciola hanno avuto la possibilità di entrare nel penitenziario e avere a disposizione per l’incontro l’area verde della struttura.
Soddisfazione è stata espressa dal direttore del carcere, che ha ricordato come la dimensione affettiva non debba essere tagliata fuori dalla vita dei detenuti. Per la LAV si tratta anche di una “lezione” positiva rivolta a coloro che invece alla prima difficoltà o per indifferenza abbandonano gli animali, commettendo così un reato.
Non è la prima volta che la relazione affettiva con un animale ‘di famiglia’ trova spazio nei principi dell’ordinamento penitenziario
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La LAV plaude all’iniziativa del Ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla che questa mattina, presso lo spazio Roma Eventi di Via Alibert, ha consegnato il premio “Patrimonio d’Italia per la tradizione” alle feste e rievocazioni popolari che non utilizzano animali.
Queste feste sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese e rappresentano un’opportunità di turismo e cultura senza controindicazioni normative e morali.
Alcune delle manifestazioni premiate hanno deciso in tempi recenti di eliminare la presenza di animali, dimostrando come anche le tradizioni più radicate possano essere modificate, senza per questo impoverire il valore e il simbolismo della festa, prendendo atto ed esaltando i cambiamenti culturali e la necessità del rispetto di tutti gli esseri viventi.
La LAV si augura che queste realtà possano operare da esempio, stimolando altre realtà cittadine al cambiamento.
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La Terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n.26368, ha confermato la multa di 5mila euro inflitta dal Tribunale di Mondovì (Cuneo) a un uomo che deteneva i suoi tre cani legati con una catena troppo corta e in condizioni di grave disagio.
Secondo i giudici, nonostante l’uomo avesse cercato di difendersi sostenendo di aver lasciato i cani in quello stato perché impossibilitato fisicamente ad occuparsene, non c’era necessità di tenerli alla catena e questo comportamento aveva dimostrato quanto il proprietario avesse “incrudelito, senza ragione, sugli animali”.
“Si tratta di una sentenza decisamente importante che riconosce come la detenzione di cani a catena rappresenti una sofferenza per gli animali, anche in situazioni straordinarie come quella riferita dall’uomo – commenta Ilaria Innocenti, responsabile LAV Settore Cani e Gatti – Ci auguriamo che questa pronuncia sia d’impulso per vietare l’uso della catena in generale”.
L’uso della catena, infatti, rappresenta un forte stress per l’animale, cui viene impedito i muoversi liberamente e di manifestare il suo comportamento specie-specifico, privandolo anche della possibilità di interagire correttamente con l’ambiente che lo circonda.
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La LAV boccia senza appello l’”opera” che espone 2.000 piccioni imbalsamati, distribuiti ovunque all’interno del padiglione centrale del Palazzo delle Esposizioni di Venezia in occasione dell’edizione 2011 della Biennale.
L’ufficio legale della LAV ha inviato una richiesta al Direttore Generale della Biennale per sapere da dove provengano i piccioni e come siano stati uccisi.
“Ci auguriamo di ottenere una risposta che possa fugare ogni dubbio sulla regolarità dell’esposizione – commenta Massimo Vitturi, responsabile Caccia e Fauna selvatica della LAV – se i colombi fossero stati uccisi appositamente per essere esposti, infatti, si configurerebbe il reato che punisce l’uccisione senza necessità degli animali, previsto dall’art. 544 bis del Codice penale”.
La LAV ritiene tale “opera” un atto profondamente diseducativo, che induce il pubblico a ritenere accettabili comportamenti irrispettosi della vita degli animali e del loro benessere, e chiede sia chiarito espressamente che quegli animali non sono stati uccisi per essere esposti, onde evitare pericolose emulazioni da parte di altri esponenti del mondo dell’arte.
“In tutto il mondo Venezia è associata alla fotografia di piazza San Marco popolata di colombi che svolazzano tra decine di turisti – prosegue Vitturi – E’ un paradosso che la stessa città che ha fatto dei piccioni il suo simbolo iconografico, ospiti una mostra che riduce gli stessi animali al rango di un oggetto da esposizione, il tutto associato al rischio che siano state violate le norme che tutelano la vita degli animali”.
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